Elisabetta Silvestrini

vincitore della XXXIX edizione del Premio Scanno per l’Antropologia culturale e Tradizioni popolari

Elisabetta Silvestrini nata nel 1948, borsista del CNR presso l'Università di Roma "La Sapienza", lavora dal 1980 nel Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari, dove riveste la qualifica di Direttore. Ha lavorato presso l'Università degli Studi di Roma, cattedra di Storia delle Tradizioni Popolari e come professore a contratto, presso l'Università Ca' Foscari di Venezia.

È membro del Consiglio Direttivo dell'associazione degli antropologi AISEA. Le sue ricerche, interessate prevalentemente all'area italiana, riguardano temi come la cultura materiale, l'antropologia dell'abbigliamento, la "cultura della piazza", le fonti visive e l'antropologia dell'immagine, l'antropologia storica.

Vince il premio Scanno per l’opera “Simulacri vesti devozioni. Etnografia delle statue “da vestire” della Provincia di Latina” (Erma di Bretschneider 2010).


MENZIONE:

“Vince il Premio Scanno sezione Antropologia e Tradizioni Popolari l’autrice Elisabetta  Silvestrini per l’opera “Simulacri vesti devozioni. Etnografia delle statue “da vestire” della Provincia di Latina. Repertori dell’Arte del Lazio-1”, apprezzandone il rigore espositivo e la ricchezza della documentazione iconografica.

L’autrice è una studiosa nota che da diversi decenni  dà rilevanti contributi all’Antropologia museale ed alle altre articolazioni delle altre scienze demoetnoantropologiche. Delle sue numerosissime pubblicazioni tra saggi monografici e curatele, possono essere ricordati per la loro carica di sollecitazione problematica Gualani e lavandaie, Arte lignea effimera devozionale a Montescaglioso, Fare antropologia storica.

Le fonti, Gente del viaggio, Spettacoli di piazza a Roma. Le fonti Abiti e simulacri. Itinerario attraverso mitologie narrazioni e riti. Con quest’ultimo lavoro, viene affrontata la complessa fenomenologia delle statue da vestire nel territorio pontino. Come è stato rilevato, si ha così una rigorosa etnografia che descrive puntualmente i rituali devozionali che si dispiegano in esso e che illuminano concretamente un settore dell’antropologia religiosa non particolarmente indagato nelle epoche precedenti.

Si può comprendere, dato l’impegno scientifico dell’autrice, come l’insieme dei gesti devozionali rilevati, siano essi rivolti a reliquie o a statue di santi da vestire, si costituiscono come testimonianza di un bisogno di eternarsi, nonostante la morte, contro la morte, sillabando con fatica e decisione l’umana speranza di non finire.”